UN TERREMOTO SPIRITUALE

La morte di Albertini fu un duro colpo per Gaspare Del Bufalo, che si espresse così, con un confratello, subito dopo averla appresa: “Non lasciamo di operare ugualmente, benché abbiamo perduto il comun padre; prendiamo anzi maggior coraggio, confidando che ci aiuti colla preghiera dal cielo”. In queste parole c’è tutta la determinazione che aveva indotto l’Albertini a puntare su di lui. E fu l’amore che portava a quel suo padre defunto, dal quale era stato spiritualmente adottato come figlio primogenito, che rese don Gaspare così impegnato a impedire che perisse il progetto ereditato.

Gaspare Del Bufalo, figlio di un cuoco del principe Altieri e di una casalinga piissima, nacque a Roma il 6 gennaio 1786. La sua personalità ci pone di fronte al quesito se siano più importanti gli amori che scoppiano come il fulmine e illuminano a giorno, o quelli che maturano progressivamente come un’alba e giungono al giorno pieno. È un falso problema, perché sono due modi di arrivare al giorno pieno. L’amore a colpo di fulmine ha importanza se il lampo non si spegne dopo essersi acceso tutt’a un tratto, come la luce quando giriamo l’interruttore e la luce del gorno pieno ha importanza – parlando di amore – se non reclina in poche ore verso il buio della notte.

Gaspare Del Bufalo, giunto alla comprensione della inesauribile ricchezza della spiritualità imperniata sul Sangue di Cristo, ne divenne il più grande apostolo e il diffusore mediante i Missionari da lui radunati e formati al compito. Percorse incessantemente le vie dell’Italia centrale, predicando centinaia di missioni, invitando a superare gli odi sociali e politici, ritrovando nella fraternità fondata sul Sangue di Cristo, la solidarietà necessaria. In effetti, se il Sangue di Cristo è stato sparso per tutti gli uomini esso è il prezzo, il valore di ciascuno. Nessuno è più di un altro e neppure di meno. L’intera vita della persona, essendo stata fatta propria da Cristo, è redenta.

Di qui l’impegno di Gaspare Del Bufalo anche a favore della redenzione dei briganti, che a causa delle vicende politiche, popolavano le montagne e rendevano insicure le vie, paralizzando i commerci e mettendo a rischio le vite umane. Tutti ne volevano la distruzione fisica, ma egli si batteva perché venisse rispettata la loro dignità di persone. Anche per loro il Signore aveva versato il suo Sangue!

Gaspare Del Bufalo predicò con la parola, che gli sgorgava dal cuore abbondante e appassionata, ma anche e soprattutto con l’esempio di una dedizione totale, che si manifestava in una vita piena di disagi. La sua testimonianza impressionava, il suo attivismo faceva pensare spesso alla bilocazione, tanto rapidamente passava da un luogo all’altro del campo di lavoro. Fu di esempio a molti sacerdoti che avevano concepito la loro vita come un lavoro abitudinario. Un discepolo come don Giovanni Merlini disse nel discorso funebre: “Caro padre, dopo Dio debbo tutto a te!”.

Fu proprio lo zelo di don Gaspare, osservato durante la missione a Vallecorsa del marzo 1822, che rivelò a Maria De Mattias la vocazione sulla quale da circa tre mesi si andava interrogando, delusa dalla vita condotta fin allora, fatta di frivolezze e paure. Ella, in quei giorni, non parlò con il missionario e forse delle parole che disse non capì molto, ma lo vide lavorare con piena dedizione verso tutti e le bastò.

Se Cristo aveva dato la propria vita fino all’ultima goccia di sangue, anche il Missionario doveva fare lo stesso, specialmente se predicava quella devozione. Diceva: “Vorrei avere mille lingue per predicare le glorie del Preziosissimo Sangue”. E ancora: “Mi piacerebbe morire sulla breccia, cioè sul palco, nel predicare l’amore che Cristo rivela donando il suo Sangue per noi”. E, in un certo senso, fu esaudito. Morì a Roma il 28 dicembre 1837, consumato dalle fatiche, a causa di una predicazione a cui non aveva voluto rinunciare benché affetto da polmonite
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